Dove si spara, qualcuno era già arrivato prima. Non con le armi. Con il vuoto.
La criminalità organizzata non recluta solo con la paura. Recluta con la puntualità. Arriva dove l’offerta educativa è frammentata, dove la dispersione scolastica viene amministrata come un dato e non affrontata come una ferita, dove gli adulti passano ma non restano, dove nessuno si ferma abbastanza a lungo da diventare un riferimento. In certi territori l’appartenenza criminale non si presenta subito come devianza. Si presenta come identità. Come ruolo. Come riconoscimento. Come famiglia. Come potere. Come l’unica proposta organizzata disponibile per chi sta crescendo senza che nessuno gli abbia ancora detto, seriamente, che la sua vita vale.
Dal 2005 Kreattiva aveva portato a Bari quello che Stefano Fumarulo aveva maturato nella sua attività a contatto con l’ONU e con l’educativa di strada in Messico: un’intuizione radicale, eppure semplicissima. La criminalità organizzata non è soltanto un tema di ordine pubblico e pubblica sicurezza. È una questione culturale, educativa, sociale, corporea. Entra nei gesti, nel linguaggio, nell’immaginario, nel modo in cui un ragazzo impara a stare al mondo, a sentirsi visto, a esercitare forza, a chiedere rispetto.
L’Agenzia per la lotta non repressiva alla criminalità organizzata era nata anche per ricordarci questo: che dove si spara, dove si cresce giocando con le armi senza conoscere ancora il motivo della propria esistenza, non si può arrivare solo dopo. Dopo il reato. Dopo il morto. Dopo il comunicato. Dopo l’indignazione. Dopo il titolo di giornale. Perché a quel punto, spesso, la vita è già stata presa in ostaggio da un immaginario, da una grammatica del potere, da un’appartenenza sbagliata ma disponibile. Bisognava arrivare prima. E soprattutto bisognava restare.
Non ci interessa parlare di Radio Kreattiva come nostalgia, né come progetto da incorniciare. Ci interessa parlarne come metodologia. Come pratica di prossimità. Radio Kreattiva portava cultura, parola, educazione non formale. Metteva in rete scuole, quartieri, educatori, ragazzi, famiglie, istituzioni. Entrava nei luoghi in cui il vuoto era più profondo e lavorava sull’immaginario, su quella grammatica del potere che la criminalità costruisce con cura. E lo faceva offrendo un’altra lingua, altri modelli, altri corpi adulti credibili e presenti. Non dopo. Prima. Dentro il quotidiano.
Quello che si è perso negli anni successivi non è stato solo un progetto. È stata una postura. Mentre parlavamo di ecosistemi, format, eventi, impatto, abbiamo sacrificato pezzi essenziali di welfare, di coesione, di lavoro concertato tra quartieri e istituzioni. Ci siamo spostati troppo nei salotti, anche quando li abbiamo chiamati tavoli, hub, laboratori, piattaforme. Abbiamo imparato a nominare benissimo le cose e, qualche volta, abbiamo smesso di presidiarle.
Abbiamo continuato a dire che bisognava coinvolgere i giovani, ma abbiamo smesso di guardarli davvero. E soprattutto abbiamo smesso di capire che i giovani non sono tutti uguali. Che comunità giovanili diverse vivono vulnerabilità diverse, costruiscono identità in modi diversi, cercano riconoscimento in luoghi diversi, hanno bisogno di risposte diverse. Pensate per loro, non per una categoria astratta chiamata “gioventù a rischio”. Trattarli come un blocco omogeneo è già un errore politico prima ancora che educativo. Significa non vedere. E non vedere è la prima forma di abbandono.
L’antimafia di prossimità non è una formula bella. È una fatica. È l’antimafia delle scuole, delle parrocchie, delle strade, degli educatori, dei cortili, dei doposcuola, delle palestre, dei corpi presenti. È quella che si chiede ogni giorno chi sta crescendo senza riferimenti credibili accanto. Chi sta imparando il valore della propria vita da chi tiene una pistola in mano. Chi sta ricevendo appartenenza dall’unico sistema che si presenta puntuale e sa esattamente a chi sta parlando.
È un lavoro lento, poco fotografabile, poco spendibile nei grandi racconti dell’innovazione. Ma i risultati sui ragazzi li vediamo ancora oggi. Li vediamo nelle vite che hanno preso un’altra direzione, nelle parole che sono rimaste, nei percorsi che si sono aperti, nelle persone che da beneficiarie sono diventate a loro volta presenza, responsabilità, metodo.
Oggi, davanti all’ennesima notizia di spari, leggiamo che “un’altra strada è possibile”. E non riusciamo a essere neutri. Non ci riusciamo perché sappiamo che Bari questa intuizione l’aveva avuta. Perché quella strada la conosciamo. La conoscevamo. Non era perfetta, non bastava, non salvava nessuno da sola. Ma era radicata. Era metodologicamente fondata. Era già lì, nei quartieri, nelle scuole, nelle relazioni tra educatori e ragazzi. Era la strada della comunità coesa, del presidio quotidiano, degli adulti che restano, delle risposte costruite sulla specificità di chi hai davanti.
Il punto non è annunciare, quasi con stupore, che un’altra strada è possibile. Il punto è avere il coraggio di dire che quella strada l’avevamo vista. Che qualcuno l’aveva aperta. Che qualcuno l’ha percorsa. Che qualcuno ne è persino nato.
Kreact nasce anche da lì: dai beneficiari di Radio Kreattiva, da chi quella pratica non l’ha soltanto osservata, ma attraversata, ricevuta, capita nel corpo. Per questo conosce il tema della prossimità non come parola da usare, ma come esperienza vissuta, come metodo imparato nelle scuole, nei quartieri, nelle relazioni, nei luoghi in cui la presenza adulta può ancora fare la differenza. E proprio per questo intende onorarla: non celebrandola come memoria, ma continuando a presidiarla come responsabilità. Restare nei territori. Costruire prossimità. Tenere insieme educazione, cultura, welfare, comunità e presenza adulta.
Antonio Laudati, da Procuratore di Bari, lo diceva con una formula semplice e definitiva: alla criminalità organizzata bisogna rispondere con la legalità organizzata. E la legalità organizzata non può essere solo repressione, ordinanza, emergenza. Deve essere scuola. Deve essere welfare. Deve essere quartiere. Deve essere continuità. Deve essere educazione. Deve essere presenza. Deve essere capacità di arrivare prima, di non arretrare, di non lasciare che l’unica organizzazione disponibile sia quella che promette identità in cambio della vita.
Perché questa è la verità che oggi fa male dire: non abbiamo perso soltanto ragazzi, presidi, progetti. Abbiamo perso tempo. Abbiamo perso il dovere di restare. Abbiamo lasciato che parole enormi come innovazione, impatto, comunità diventassero, qualche volta, modi eleganti per non stare più dove bisognava stare.
E allora no, non basta dire che un’altra strada è possibile. Bisogna dire che quella strada c’era. Che è stata vista. Che è stata praticata. Che ha prodotto vita, legami, riscatto, coscienza. Bisogna dire che Kreact ne è una prova viva. E bisogna anche avere il coraggio di chiederci perché, mentre alcuni continuavano a presidiare il campo con metodo, ostinazione e corpi presenti, altri pezzi di comunità arretravano.
Dove arretra la comunità, qualcuno arriva sempre. Arriva puntuale. Arriva organizzato. Solo che non porta microfoni, libri, educatori e possibilità. Porta morte e paura.
E allora la domanda non è più se un’altra strada sia possibile. La domanda è molto più dura, molto più scomoda: chi ha smesso di percorrerla?
